Impoteramento e guarigione del femminile

Forse può sembrare strano differenziare l’intervento psicoterapeutico ed organizzativo in percorsi rivolti al maschile e specificamente al femminile.

Viviamo in una società a struttura patriarcale, dominata dal maschile organizzato intorno a un modello occidentale bianco e eterosessuale che ne ha codificato ritmi, significati, funzioni rendendoli impliciti. E’ in questo scenario, che coinvolge ed influenza attivamente la crescita fisica, psichica, emotiva e spirituale delle donne (e degli uomini) che tutte noi forgiamo la percezione che abbiamo del mondo a anche di noi stesse.

Non esiste un genere neutro e anche la cultura sanitaria è estremamente in ritardo verso una “medicina di genere” dal momento che esistono incontrovertibili differenze biologiche, fisiologiche, psicologiche, antropologiche e socioculturali che determinano una diversa sensibilità di maschi e femmine alle malattie, alla risposta ai trattamenti, alle modalità e risorse nei confronti dei traumi, alle aspettative di vita e alle rappresentazioni di sé e del mondo.

Siamo diverse, ma diverse come? Specificità di genere, insomma, che vanno riconosciute, valorizzate e elaborate anche nei percorsi psicoterapeutici e in quelli formativi aziendali, tenendo conto dell’intersezione fra biologia e cultura.

Ho maturato nel tempo una posizione che posso definire di femminismo intersezionale, una formazione specifica alla psicologia femminile e al trattamento della violenza di genere, alle sintomatologie psicosomatiche e affettive tipiche della gravidanza e del puerperio, al lutto e alla psicopatologia perinatale (anche conseguente agli aborti volontari e spontanei e all’invalidità dei percorsi di PMA), ai disordini dell’alimentazione.

Il mio è un modello multidisciplinare complesso e integrato che tiene conto degli apporti della psicoanalisi, della biologia e della neuropsicologia, degli studi sul trauma, della sociologia e dell’antropologia, della psichiatria.

Le donne hanno tassi sostanzialmente più alti degli uomini di Disturbo post-traumatico da stress, sperimentano il doppio del tasso di depressione maggiore, disturbo d’ansia generalizzato e disturbi di panico rispetto agli uomini. Ricevono scarsa attenzione su disturbi cronici come la fibromialgia o la sindrome dell’ovaio policistico, le sindromi premestruali, l’endometriosi. Sono oggetto di violenza ostetrica e 1 su 3 ha ricevuto almeno una volta nella vita molestie/violenze, anche durante la gravidanza. Conoscono ancora poco le diverse forme in cui si articola la violenza di genere e quindi fatica ad affrancarsene. Sono ancora vittima dell’idea che esista un “istinto materno” e si colpevolizzano dell’ambivalenza affettiva verso i figli il coniuge, gli anziani. Sono vittima di una cultura che mistifica la maternità negandone fatiche, lati oscuri, significati trasformatici e potenzialmente traumatici, potenziali di riattivazione di mancanze e criticità della propria infanzia e giovinezza. Una mamma su 5 soffre di depressione post-partum e la metà di queste, circa, era già depressa (non riconosciuta né trattata) in gravidanza. Le donne ancora oggi pensano di dovere essere loro a trovare l’equilibrio tra vita lavorativa e domestico-famigliare. Sono condizionate da diverse forme di invalidazione fin dall’infanzia, normalizzando la negazione di cosa sentono o desiderano, avvezze ad abusi verbali ed economici che scarsamente riconosceonocome tali. Sono esposte a modelli che esasperano certe qualità, integrandole senza coscienza di esserne assoggettate. Hanno difficoltà ad appropriarsi dei loro corpi, ingabbiate dalla pressione estetica e dall’ageismo, da rappresentazioni e aspettative che le vedono oggetti sessuali destinati a soddisfare i desideri dei maschi.

Non hanno esperienza né una guida, una comprensione, l’attribuzione di senso e soprattutto di valore a quella che di fatto è l’essenza di chi ha un utero, ovvero il ciclo mestruale. Una ciclicità che ritma tutte le funzioni dell’organismo, estendosi poi alle età successive come patrimonio e grande tesoro oramai totalmente a disposizione per sé e per la comunità.

Le donne faticano a legittimarsi le differenze di cui sono portatrici nella comunità. Esistono ancora segregazione verticale ed orizzontale nel lavoro, un “dream gender gap” e un “gender pay gap”. Le donne hanno un’energia potente ma non conoscono i loro poteri: cercano accettazione, non riescono a sganciarsi dalla ricerca dell’approvazione dello sguardo maschile, chiedono tolleranza ma non inclusione perché quest’ultima prevede una lucida consapevolezza di sé e del proprio valore, un Logos autonomo che guidi secondo i propri principi e le proprie logiche, che passi dall’esperienza femminile cioè dalla saggezza del cuore e del sentimento gestiti con intelligenza, pensando con la propria testa!

Mi interessa accompagnare le donne a costruire la forma speciale della loro forza, a sviluppare le risorse creative, intellettuali, materiali e psicologiche. A riconoscere che la violenza è un fenomeno culturale e non naturale e che chi vuole imporre con le forze le proprie logiche e voleri è violento e maltrattante. Mi interessa aiutarle a valorizzare il loro sentito, ad aumentare la sicurezza in sé stesse distinguendo tra fantasia e realtà, imparando a mettere dei limiti nel farsi carico dei bisogni di tutti. Raggiungendo la pienezza di sé e la fiducia nei propri doni: un cammino di impoteramento e ri-generazione, di recupero dell’intuito e di riparazione delle lacerazioni profonde. Di riattivazione del loro fuoco creativo e selvaggio.